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sábado, 20 de diciembre de 2014

25. Cada vez que acoges es Navidad


(Sotto è in italiano)
Hace unos días tuve la bendición de acompañar dos jóvenes de Gambia a un almuerzo en la casa de Diego y Anna, una familia de nuestra zona.  La mamá de Diego había preparado un rico almuerzo para acoger a estos invitados especiales.  Nos hemos reunido alrededor de la mesa y entre nuestro inglés y el italiano que los 2 jóvenes han aprendido en los siete meses que llevan en Italia hemos empezado a presentarnos.  Hemos hablado de tantas cosas: el clima, la comida, un poco de la historia de cada uno, etc.  Eramos de diversas culturas, idiomas y religiones, pero esta diversidad no ha sido un obstáculo.  Todo lo contrario, hemos estado cinco horas juntos, como quien habla con un viejo amigo que hace tiempo que no ve, o mejor aún, como quien se reencuentra con un hermano luego de haber crecido en lugares distantes.  No nos conocíamos, pero nos hemos dado cuenta que éramos hermanos.   Esa noche recibí un mensaje de texto de Diego que resumía el gozo experimentado: “Hoy ha sido un día estupendo.  Espero que lo haya sido también para los jóvenes y para ti amigo mío.  Un abrazo Diego y Ana.”  Y así ha sido también para nosotros.  Cuando me despedí de nuestros hermanos de Gambia me repetían sonriendo: “I am very very happy.” (“Estoy muy muy contento”.)  Sus ojos brillaban con intensidad, reflejando una nueva esperanza nacida en lo profundo del corazón.
Del mismo modo, dos nigerianos, junto a uno de nuestros voluntarios, regresaron a casa con la mirada renovada, luego del almuerzo con otra familia.  Otros diez refugiados, acompañados por una misionaria y una voluntaria, regresaron entusiasmados de un almuerzo organizado por una parroquia vecina.  Así son más de 30 las invitaciones para almuerzo o cena de "Aggiungi un posto a tavola" (Añade un puesto a la mesa) que hemos recibido hasta ahora para acoger a los cerca 100 refugiados que han sido acogidos en los cuatro centros de acogida en nuestra diócesis de Chioggia. 

Gracias Señor, porque cada vez que acogemos a una persona, sobretodo a uno de tus hermanos más pequeños, Tú naces en nuestros corazones, y por lo tanto, es Navidad. 
Para saber más: fb. "Aggiungi un posto a tavola"

¡¡Feliz Navidad!!

25. Ogni volta che accogli è Natale
Alcuni giorni fa ho avuto la benedizione di accompagnare 2 giovani di Gambia a un pranzo da Diego e Anna, una famiglia della zona di Mesola.  La mamma di Diego ha preparato un ricco pranzo per accogliere questi ospiti speciali.  Ci siamo seduti a tavola e tra il nostro inglese e l’italiano che i due giovani hanno imparato in questi sette mesi in Italia abbiamo iniziato a presentarci.  Abbiamo parlato di tante cose: il clima, il cibo, anche i luoghi comuni sui rifugiati (tante volte quello che si sente sul TG non esprime la verità).  Eravamo di diverse culture, lingue, religione, ma questa diversità non è stata un ostacolo.  Siamo stati cinque ore insieme, come chi parla con un vecchio amico che da tempo non si vede, o meglio ancora,come chi si ritrova con un fratello dopo essere cresciuti in diversi luoghi.  Non ci conoscevamo, eppure ci siamo scoperti più vicini che mai. Quella sera ho ricevuto un sms di Diego che raccoglie la gioia esperimentata: “Oggi è stata una giornata stupenda.  Spero lo sia stata anche per i ragazzi e per te amico mio. Un abbraccio Diego e Anna.”  E così è stata anche per noi.  Quando ho salutato ai nostri fratelli di Gambia mi dicevano continuamente con un bel sorriso: “I am very very happy.” (“Sono molto molto contento”).  I loro occhi brillavano con intensità rispecchiando una nuova speranza profonda.
Così anche altri due nigeriani, sono tornati con lo sguardo rinnovato, dopo essere accompagnati da un nostro volontario a pranzo da un’altra famiglia.  Anche altri dieci richiedenti asilo politico, accompagnati da una missionaria e una volontaria, sono tornati entusiasti dal pranzo parrocchiale a Porto Levante.  Così sono più di trenta gli inviti che abbiamo ricevuto fino adesso per accogliere ai circa 100 richiedenti asilo politico accolti dai quattro centri di accoglienza nella nostra diocesi di Chioggia.
Grazie, Signore, perché ogni volta che accogliamo a una persona, sopratutto uno dei tuoi fratelli più piccoli tu nasci nei nostri cuori, e quindi è Natale.
Tutti questi incontri sono parte di “Aggiunti un posto a tavola” una iniziativa del progetto di volontariato nella diocesi di Chioggia.


Anche tu puoi vivere quest’ esperienza.  Chiama al 3392891653 o in facebook: "Aggiungi un posto a tavola" per saperne di più. 



domingo, 14 de diciembre de 2014

24. "Niños soldados"

(sotto è in italiano? - scroll down for english translation) 
En esta época los niños sueñan entusiasmados con los juguetes de Navidad.  Lamentablemente otros niños tienen pesadillas porque son obligados a ser soldados.  La historia de estos jóvenes eritreos nos ayuda a comprender una de las causas de la migración:

Nuestro amigo Mohammed continúa a construir amistad con nuestros jóvenes.  Mientras tanto llegan otros refugiados que han desenbarcado hace unas horas en la isla italiana de Lampedusa.  Esta vez acogemos a una familia siriana y a algunos jóvenes de Eritrea.  La familia siria ha escapado de la guerra y ha llegado a Europa para salvar la vida de cada uno, especialmente de los pequeños.

Los tres eritreos, por su parte, son jovencitos.  “Efren” y “Filemon” han declarado que tienen 18 años, pero se nota inmediatamente que son menores, se ve en sus rostros.  Tienen mucha alegría y cuando vieron una pelota de volibol empezaron a jugar entusiasmados.  Su modo de saludarse es muy simpático: se aprietan la mano derecha, mientras la izquierda la apoyan sobre la espalda del compañero y “chocan” los hombros 3 veces. 

Efren llama a su tío, Frezgie, que vive en Milán y él viene a visitar a su sobrino para asegurarse que esté bien.  Recojo al tío en la estación del tren de Rovigo y en el camino hacia Villaregia me cuenta su historia.

Él tiene 30 años y se encuentra en Italia desde hace cinco.  La situación en Eritrea, era y es muy dura.  Luego de la declaración de independencia (1993) el gobierno, intentando mantener el orden en el país ha iniciado una fuerte represión.  (link) También Frezgie ha sufrido por este autoritarismo.  Cuando todavía estaba en su tierra de origen le habían forzado a entrar en las fuerzas armadas.  Después de dos meses logró escaparse del ejercito, pero tuvo que escapar también de Eritrea.  Me explica que el gobierno obliga a “enrolarse” cuando se cumple los 18 años, pero muchos son forzados a entrar cuando todavía son menores de edad.  Tal vez por esto los papás de Efren tuvieron que decidir enviar a su hijo en un viaje así peligros para salvarlo del ejército, para salvarle la vida.
Cuando llegamos a Villaregia,  Frezgie ve a los jóvenes eritreos y llama por nombre a su sobrino: “¡Efren!”. No lo reconoce inmediatamente porque no lo ve desde que era pequeñito.  Ambos sonríen y se dan el saludo eritreo.  Contemplando la alegría de este encuentro he rezado por estos jóvenes que han escapado de su tierra para no tener que matar o ser matados.  No se que será de sus vidas aquí en un nuevo continente, pero doy gracias a Dios que la inmensa sonrisa de Efren no será apagada por la violencia de la guerra.  Espero que este pueblo sepa acogerlo, aceptarlo y ayudarlo a crecer con dignidad para que pueda continuar sonriendo.









Otros enlaces:
esp.
https://childrenandarmedconflict.un.org/es/efectos-del-conflicto/infracciones-mas-graves/ninos-soldados/
video https://www.youtube.com/watch?v=zj5Oui-ABr0

24. Soldati bambini

Il nostro amico Mohammed continua a costruire amicizia con i nostri giovani.  In tanto arrivano altri richiedenti asilo, sbarcati alcune ore prima a Lampedusa.  Questa volta accogliamo una famiglia siriana e alcuni giovani eritrei.  La famiglia è scappata dalla guerra ed è arrivata in Europa per salvare la vita di tutti, specialmente dei bambini. 
Gli tre Eritrei sono giovani.  “Efren” e “Filemon” hanno dichiarato che hanno 18 anni ma si vede subito che sono più giovani, si vede nei loro volti.  Hanno molta gioia e appena vedono un palla di pallavolo iniziano a giocare subito.  Il loro modo di salutarsi è molto simpatico:  si stringono la mano destra, la sinistra sulla schiena del compagno e si toccano le spalle 3 volte.  Uno di loro si mette in comunicazione con Frezgie, lo zio, che abita a Milano, e lui viene a visitare suo nipote per rassicurarsi che stia bene.  Prendo lo zio alla stazione di Rovigo e nel viaggio verso Villaregia mi racconta la sua storia. 
Lui ha 30 anni ed è arrivato in Italia cinque fa.  La situazione in Eritrea è molto dura.  Dopo la dichiarazione di indipendenza (1993), “nel tentativo di mantenere il controllo sul paese, il governo ha intensificatogli arresti di chiunque si opponga o semplicemente critichi le decisioni presidenziali.”    Anche Frezgie ha sofferto questo autoritarismo.  Quando era in Eritrea lo avevano obbligato ad entrare nelle forze armate.  Dopo due mesi è scappato dall’esercito, e quindi ha dovuto anche uscire dall’Eritrea.  Mi spiega che il governo obbliga ad entrare nell’esercito quando i giovani hanno 18 anni, ma tanti sono obbligati ad entrarvi quando sono ancora minorenni. Forse per questo i genitori di suo nipote hanno scelto di inviare il figlio in un viaggio così pericoloso, per salvarlo dall’esercito, per salvargli la vita.
Purtroppo i bambini soldati sono una realtà in diverse nazioni del mondo. Secondo l’Unicef: “Si stima che 250.000 bambini siano coinvolti in conflitti in tutto il mondo. Sono usati come combattenti, messaggeri, spie, facchini, cuochi, e le ragazze, in particolare, sono costrette a prestare servizi sessuali, privandole dei loro diritti e dell'infanzia. 
Oltre un miliardo di bambini vivono in 42 paesi colpiti, tra il 2002 e oggi, da violenti conflitti. Ma l'impatto dei conflitti armati sui bambini è difficile da stimare a causa della mancanza di informazioni affidabili e aggiornate. 
Si stima siano 14,2 milioni i rifugiati in tutto il mondo, di cui il 41 % di età inferiore a 18 anni. E sono 24,5 milioni gli sfollati a causa dei conflitti, di cui il 36 % sono minorenni. Non ci sono dati attendibili sul numero dei bambini associati a forze armate, ma oltre 100.000 bambini sono stati smobilitati e reintegrati dal 1998”  
Quando arriviamo a Villaregia Frezgie guarda i giovani eritrei e chiama suo nipote per nome: “ Efren!”.  Non lo riconosce immediatamente perché non lo vede da quando era piccolo.  Ambedue sorridono e si fanno il saluto eritreo.  Contemplando la gioia di questo incontro, ho pregato per questi giovani che sono scapati dalla loro terra per non essere costretti a uccidere o essere uccisi.  Non so che sarà delle loro vite in questo nuovo continente, ma ringrazio Dio perché il sorriso grande e contagioso di Efren non sarà spento dalla violenza della guerra.  Spero che questo popolo sappia accoglierlo, accettarlo e aiutarlo a crescere con dignità così che possa continuare a sorridere.
Guarda questo video: https://www.youtube.com/watch?v=zj5Oui-ABr0


24. Child soldiers

Our friend Mohammed continues to increase his friendship with our young people, meanwhile other
refugees arrived that had disembarked several hours ago in the Italian island of Lampedusa. This
 time we received a Syrian family and some young people from Eritrea. The Syrian family has escaped from the war and has arrived in Europe in order to save their lives, specially of their children.
The three Eritreans, on their part, are very young.  “Efren” and “Filemon” declared that they were 18 years old, but one notes immediately that they are younger, it is seen in their faces. They were happy and when they saw a volleyball they began to play enthusiastically. Their manner of greeting is very friendly: they grasp the right hand, while the left hand pulls the other forward and they “hit” their shoulders three times.
Efren called his uncle, Frezgie, who lives in Milan and he came to visit his nephew to insure himself he was ok.  I picked up the uncle at the railway station and on the road back to Villregia, he told me his story. He is 30 years old and arrived in Italia five years ago. The conditions in Eritrea were very difficult. After the thier declaration of independence in 1933, the government trying to maintain order, had initiated  (link) harsh repressive measures. Frezgie also, had suffered under this authoritarianism. When he was still in his native Eritrea they had forced him to enter into the army. After two months he managed to escape the army, but it was also necessary to escape from Eritrea. He explained that the government obligated  everyone at age 18 to “sign up” but many were forced to enter when they were still adolescents. Perhaps this was the reason that his nephew’s parents were forced to decide to sent their son on such a perilous voyage in order to save their son from the army and in order to save his life.
When we arrived at Villaregia, Frezgie saw the Eritrean youngsters and called the name of his nephew: “Efren”. (He didn’t recognize him right away as he hadn’t seen him since he was small). Both smiled and gave each other the Eritrean greeting. Seeing the joy of this meeting, I have prayed for these children who
 have escaped from thier homeland in order not to kill or be killed. I don’t know what lies ahead in their lives on a new continent, but I give thanks to God that the enormous smile of Efren will not be extinguished by the violence of war. I hope that the people here knows to take them, accept them and help them grow in dignity so they can continue smiling.


viernes, 5 de diciembre de 2014

23."Made in Bangladesh"

(sotto è in italiano - scroll down for english translation)

¿Sabes donde fue hecha la ropa que tienes puesta?  Tal vez ha pasado por las manos de Mohammed...

Nuestro amigo Mohammed, que ha llegado a Italia desde Bangladesh, buscando asilo político, nos explica que en su tierra natal trabajaba en la importación y exportación de ropa producida en Bangladesh.  El recibía 200 dólares al mes por su trabajo, pero tantos de sus compañeros de trabajo, sobre todo las mujeres que trabajan en la manufactura reciben solo entre 150 y 100 dólares al mes.  Este salario sería injusto aún para alguien que trabaja partime, pero su realidad es mucho más dura.  Tantos trabajan más de 12 horas al día, en condiciones infrahumanas, teniendo poquísimo tiempo para descansar y en estructuras sin las medidas de seguridad básicas.

El 24 de abril de 2013 el mundo se despertó a la triste realidad del verdadero costo detrás de los vestidos que usamos en “occidente”.  El Rana Plaza, un edificio comercial de ocho pisos en Dacca, Bangladesh, donde estaban trabajando centenares de personas de la industria textil se derrumbó, dejando 1,129 muertos y 2,515 heridos. (Mira un video)

Lamentablemente la explotación de los trabajadores es uno de los nuevos modos de esclavitud del tercer milenio.  Cada 2 de diciembre se celebra la jornada internacional para la abolición de la esclavitud.  Justo en ese día, el Papa Francisco, junto a líderes de diversas religiones han firmado una declaración común recordando que la trata depersonas, finalizada al trabajo forzado, a la prostitución, al tráfico de órganos es un crimen contra la humanidad y así debe ser reconocida por todas las naciones.

También nosotros queremos hacer algo para terminar con cada tipo de esclavitud.  Podemos rezar, pero también son necesarias acciones concretas.  Una manera puede ser informarse de la proveniencia de los productos que compramos, asecurándonos que hayan sido manufacturados en condiciones de trabajo dignas.  Para conocer más puedes visitar la página web del “International Labour Organization”.  Es lo menos que podemos hacer por Mohammed y por nuestros hermanos del Bangladesh.

Italiano

Sai dov’è stato fatto quel vestito che stai indossando?  Forse è passato per le mani di Mohammed...

 Il nostro amico Mohammed, richiedente asilo politico dal Bangladesh, che abbiamo accolto, ci spiega che prima lavorava nell’ importazione ed esportazione dei vestiti prodotti in Bangladesh.  Lui riceveva 200 USD (circa 160 euro) al mese, ma tantissime persone, che lavorano preparando i vestiti, sopratutto donne, ricevevano 150 o soltanto 100 USD (120-80 euro) al mese.  Questo stipendio sarebbe ingiusto anche per chi lavora “part time”, ma la loro realtà è molto dura.  Tanti lavorano più di 12 ore al giorno, in condizioni inumane, avendo pochissimo tempo per riposare e operando in strutture senza le principali misure di sicurezza.

Il 24 aprile 2013 il mondo si svegliò alla triste realtà del prezzo nascosto dietro gli abiti che indossiamo in “occidente”.  Il Rana Plaza, un edificio commerciale di otto piani a Dacca, in Bangladesh, dove stavano lavorando centinaia di persone dell’industria tessile era crollato, causando 1129 morti e circa 2515 feriti.  (Guarda il video)


Lo sfruttamento degli operatori è purtroppo, una delle nuove forme di schiavitù nel nostro mondo.  Ogni 2 dicembre si celebra la giornata internazionale per l’abolizione della schiavitù, e quest’anno, proprio quel giorno Papa Franceso e vari leader di diverse religioni hanno firmato una dichiarazione comune, sottolineando  che la tratta di essere umani, finalizzata al lavoro forzato, alla prostituzione e al traffico di organi, è un crimine control’umanità, che dev’essere riconosciuto da tutte le nazioni.  

Anche noi vogliamo fare qualcosa per porre fine ad ogni tipo di schiavitù.  Possiamo pregare, ma c’è bisogno anche di azioni concrete.  Un possibile modo è informarsi sulla provenienza dei prodotti che compriamo, assicurandoci che siano stati fatti in condizioni senza sfruttamento. Per saperne di più puoi visitare il sito dell’“International Labour Organization”. È il minimo che possiamo fare per Mohammed e per i nostri fratelli dal Bangladesh.

English

Do you know where the clothes you are wearing came from? Maybe they were touched by the hands of Mohammed...

Our friend, Mohammed , who came to Italy from Bangladesh, seeking political asylum, explained to us that in his native land he worked at importing and exporting clothes produced in Bangladesh. He earned 200 dollars per month for his work, but many of his co-workers, especially the women  who worked in the assembly lines only received from 100 to 50 dollars a month. This salary would be unjust even for someone who worked part-time, but the reality of their situation is very much worse. Many work more than 12 hours a day in sub-human conditions, having little time to rest all the while working in buildings  that lacked basic provisions for their safety.

Sadly, “exploitation of labor” is a new method of slavery in our “modern” third millenium. Each December 2nd the United Nations observes “The International Day For the Abolition of Slavery. ”  Justly so, on this day, Pope Francis,together with leaders of different religions, signed a common declaration reminding us that human trafficking that results in people being used in forced labor, prostitution or traffic of organs is a crime against humanity and ought to be recognized as such by all nations.



All of us can do something in order to end all types of slavery. We can pray, but, also, it is necessary for all of us to take concrete measures. One way to do this is keep informed concerning the producers of the products we buy, assuring ourselves that they were produced without “exploitated labor.” In order to learn more visit the webpage of the “International Labour Organization.”  It is the least we can do for Mohammed and our brothers from Bangladesh.

miércoles, 26 de noviembre de 2014

22. "Grazzzzie"

(sotto è in italiano) (scroll down to see the english translation)
(Una historia para celebrar el Día de Acción de Gracias)
En estos meses acogiendo a nuestros hermanos refugiados hemos aprendido algunas palabras en in tigriña, árabe y bengalesi, pero también ellos están empezando a aprender el italiano.  Hay sonidos nuevos para ellos (y para mí, que continúo estudiando el italiano) como la “z”.  Con el esfuerzo de pronunciar bien la “z” la exageran y dicen un “Grazzzzie” (Gracias) muy cómico que te hace sonreir y enternecer.  Gracias es una palabra que todos conocemos y que nos gusta que nos digan, pero que tal vez no decimos tanto como deberíamos.  

En algunos lugares (como Puerto Rico y Estados Unidos) el último jueves de noviembre se celebra “Thanksgiving” (la fiesta de acción de gracias). La fiesta nació del encuentro entre dos pueblos.  Los pelegrinos que dejaron Inglaterra porque eran perseguidos por sus creencias religiosas, luego un largo y peligroso viaje en el “Mayflower” llegaron al actual América del Norte.  Los “Wampanoag” (nativos que vivían en esas tierras) les acogieron y les enseñaron que tipo de semillas crecían bien en este terreno y clima.  Es así que después de un arduo trabajo, los pelegrinos eligieron un día en el otoño de 1621 para agradecer a Dios por los dones recibidos en la cosecha y, justamente,  invitaron a la fiesta a los indígenas, gracias a los cuales aún estaban vivos.*

Actualmente, más de 3 siglos después, existen todavía pueblos que deben escapar de sus tierras para sobrevivir las persecusiones.  También ellos han debido hacer largos y peligrosos viajes: quien cruzando mares, quien atravesando desiertos... para poder llegar a un lugar de paz.  Nos toca a nosotros abir los ojos y reconocer a estos hermanos como “peregrinos”, acogiéndolos y ayudándoles a “echar pa’lante” (como decimos en Puerto Rico).  Contemplando a los refugiados que estamos acogiendo en este tiempo pienso... “ han perdido todo: su tierra, sus seres queridos, su clima... y de todos modos dicen gracias. Seguramente, también yo tengo muchos motivos para agradecer.”  Creo que nos haría bien a todos decir más “grazzzzie” (gracias) cada día.
https://www.youtube.com/watch?v=MvQ2aL-YgOU


         
“Grazzzzie” (A Thanksgiving Day Story)


"In these months, as we welcomed into our community refugees from different nations of Africa and the Middle East that have arrived in Italy, we learned a few words in Tigrinya, Arabic, and Bengalese, while at the same time our refugee brothers are beginning to learn Italian.  There are sounds that are new to them (and for me, too, as I continue to learn Italian) like the Italian “z.” Trying hard to pronounce the ‘z’ in “grazie” (thanks) correctly they exaggerate that consonant and end up drawing out the sound into “Grazzzzie” which draws out of one a smile of empathy.  “Thanks” is a word which everyone knows and we are always happy when it is addressed to us. But sometimes we don’t say it as often as we ought to.
In some places (like Puerto Rico and the U.S.) the last Thursday in November, the act of giving thanks for one’s blessings is celebrated and aptly named Thanksgiving Day.
This yearly holiday originated in the meeting of two different peoples. The Pilgrims arrived in North America after a long and dangerous voyage on the ship Mayflower. They had been driven out of England for their religious beliefs. The “Wampnoag” (a native indigenous tribe) befriended the Pilgrims and showed them what types of vegetable seeds grew well in that climate and soil. After a lot of hard work tilling the soil, the Pilgrims chose a day in the autumn of 1621 to thank God for the gift of the good harvest he had given them and, rightly so, in gratitude they also invited the Wampnoag people, for it was thanks to these people that they had survived.*
In our present times, more than three centuries later, there still exist peoples who must escape from their homeland in peril for their lives in order to escape persecution. They also have had to make long dangerous voyages, crossing seas and or crossing deserts, in order to arrive in a place where there is peace. We must open up our eyes and hearts and recognize these refugees, our brothers, and, as the Pilgrims were accepted in America, accept them and help them to “echar pa’lante” (move forward) as we Puerto Ricans say. Contemplating these refugees that we accept into our homes in these times, I think, “They have lost everything, their homeland, their loved ones, and the climate of their birthplace… and still they profusely say thanks to everyone. Surely I, too, have reason to give thanks.” I think that we all ought to say “grazzzzie” a lot more often. What do you think?

“Grazzzzie”

In questi mesi accogliendo i rifugiati abbiamo imparato alcune parole in tigriña, arabo, bengalesi..., ma anche loro hanno cominciato a imparare l’italiano.  Ci sono suoni nuovi per loro (e per me che continuo ad imparare questa lingua) come la “z”.  Con lo sforzo di pronunciare bene la z la esagerano e fanno sentire un “grazzzzie” molto comico che ti fa sorridere ma anche sperimentare tenerezza.  Grazie è una parola che tutti conosciamo, che a tutti ci piace sentire, ma che forse non diciamo tante volte come dovremmo. 
In alcuni luoghi come negli Stati Uniti si celebra l’ultimo giovedì di novembre la festa di “Thanksgiving” (Il giorno del ringraziamento).  La festa è nata dall’incontro tra due popoli.  I pellegrini che lasciarono l’Inghilterra perché erano perseguitati per i loro idee religiose, dopo un lungo e pericoloso viaggio sul “Mayflower” sono arrivati nell’attuale America del Nord.  I nativi americani che abitavano quelle terre li hanno accolti e gli hanno insegnato che tipo di semine crescevano bene in quel territorio e clima.  É così che dopo un duro lavoro i pellegrini hanno scelto un giorno nell’autunno del 1621 per ringraziare Dio per l’abbondanza ricevuta e hanno invitato alla festa, giustamente, anche gli indigeni, grazie ai quali erano ancora vivi. *
Anche oggi più di 3 secoli dopo, ci sono ancora popoli che devono scappare dalle loro terre per sopravvivere dalle persecuzioni.  Anche loro, tante volte hanno fatto dei viaggi pericolosissimi per arrivare in un luogo di pace.  Tocca a noi aprire gli occhi e riconoscere questi fratelli “pellegrini” e accoglierli ed aiutarli ad adattarsi.  Contemplando i nostri fratelli rifugiati penso... “hanno perso tutto: la loro terra, i loro cari, il loro clima... e comunque dicono grazie. Sicuramente anch’io ho tanti motivi per ringraziare.”  Penso che ci fa bene a tutti dire alcuni più “grazzzzie” ogni giorno.  Cosa dite?
https://www.youtube.com/watch?v=7udyeREsLAU


domingo, 23 de noviembre de 2014

21. "No problem"


(sotto è in italiano)

Hace unas semanas (cf. blog 18) compartí la experiencia de Mohammed de Bangladesh que no había encontrado quien lo pudiese acoger; y como, gracias a él, había comprendido lo que significaba que Dios es nuestro “refugio”.  Mohammed se quedó un tiempo con nosotros y hemos tenido la posibilidad de hablar y de conocernos.  Su inglés no era muy bueno, pero al menos era mucho mejor que mi bengalí, y lográbamos entendernos.  

Así Mohammed logró construir amistad con varios.  Una de sus frases favoritas era: “No problem”.  En varias circuntasncias respondía con esta frase, que poco a poco nosotros misioneros empezábamos a usar.  Esta frase breve y simple, pero profunda y liberadora me ha ayudado a decir: “no problem” ante los desafíos y los problemas. En nuestro mundo tan lleno de “stress” y de ansiedad, que gozo y que liberación sapernos en las manos de Dios, y que suo amor providente nos acompaña siempre. “No, no, no me soltarás en la calma o la tormenta... Dios tu nunca me dejaras”.  





Oración de abandono
(Charles de Foucauld)

Padre, me pongo en tus manos,
haz de mí lo que quieras,
sea lo que sea, te doy las gracias.

Estoy dispuesto a todo,
lo acepto todo,
con tal que tu voluntad se cumpla en mí,
y en todas tus criaturas.

No deseo nada más, Padre.

Te confío mi alma,
te la doy con todo el amor
de que soy capaz,
porque te amo.

Y necesito darme,
ponerme en tus manos sin medida,
con una infinita confianza,
porque Tú eres mi Padre.


21. Nessuno problema

Alcune settimane fa (cf. blog 18) avevo condiviso l’esperienza di Mohammed del Bangladesh che non aveva trovato nessuno che lo potesse accogliere;  e come, grazie a lui, avevo capito cosa voleva dire che Dio è il nostro “rifugio”.   Mohammed è rimasto un tempo con noi e abbiamo avuto la possibilità di parlare e di conoscerci.  Il suo inglese non era molto buono, ma riuscivamo a capirci.  Ha creato amicizia con vari, anche con alcuni uomini che andavano a pescare sul fiume e che gli hanno dato del materiale così che anche lui potesse pescare.  Una delle sue frasi favorite era: “No problem” (nessun problema).  In diverse circostanze rispondeva con questa frase e ormai è diventata anche uno slogan per noi missionari.  Questa frase breve e semplice, ma profonda e liberante, mi ha aiutato a dire: “No problem” davanti alle sfide e ai problemi.  Davanti a un mondo pieno di ansietà, che gioia e liberazione saperci nelle mani di Dio, e che il suo amore provvidente ci accompagna sempre. “No, no, no me soltarás en la calma o la tormenta... Dios tu nunca me dejaras”.  (No, non mi lascerai nella calma o nella tempesta... Dio tu mai mi lascerai)


PREGHIERA DI ABBANDONO
(Charles de Foucauld)

Padre, mi affido alle tue mani,
disponi di me secondo la tua volontà, qualunque essa sia.
Io ti ringrazio. Sono disposto a tutto.
Accetto tutto, purché la tua volontà si compia in me
e in tutte le tue creature. Non desidero nient’altro, Padre.
Ti affido la mia anima, te la dono con tutto l’amore di cui sono capace,
perché ti amo e sento il bisogno di donarmi a te di rimettermi fra le tue mani, senza limiti, senza misura, con una fiducia infinita perché tu sei mio Padre.



lunes, 10 de noviembre de 2014

20. "Necesitamos puentes y no muros"

"Necesitamos puentes y no muros"

 Lamentablemente todavía existen muros que dividen nuestro planeta. Por motivos políticos, sociales y religiosos se construyen estructuras (signos externos de los muros que interiormente ya se habían construido para dividir). 



En uno de los cerros de Lima hace unos años se comenzó a construir un muro para dividir una zona rica de una pobre.  En los últimos meses al llegar más pobladores a la zona pobre de "Pamplona Alta" y acercarse siempre más a la zona rica de "Las Casuarinas", la municipalidad decidió ampliar el muro.   (Este video da voz a los que viven del lado pobre). Este otro video hace ver la desigualdad a ambos lados del muro


Hace unos meses cuando aún estaba en Lima  tuve la oportunidad de conocer el “muro de la vergüenza” como le llaman los pobladores de Pamplona Alta.  Me he indignado al ver cómo si había dinero y ladrillos para construir un muro larguísimo pero cientos de familias de estos asentamientos humanos vivían en chozas de estera o de “triplay”.  Tuvimos la oportunidad de ir con los adolescentes del grupo misionero* y con amigos en diversos momentos para conocer y para rezar para que sea haga realidad la Palabra que dice: 

“Pero ahora en Cristo Jesús, vosotros que en otro tiempo estabais lejos, habéis sido hechos cercanos por la sangre de Cristo. Porque él es nuestra paz, que de ambos pueblos hizo uno, derribando el muro de separación, aboliendo en su carne las enemistades, la ley de los mandamientos expresados en ordenanzas,  para crear en sí mismo de los dos un solo y nuevo hombre, haciendo la paz, y mediante la cruz reconciliar con Dios a ambos en un solo cuerpo, matando en ella las enemistades. Y vino y anunció las buenas nuevas de paz a vosotros que estabais lejos, y a los que estaban cerca; porque por medio de él los unos y los otros tenemos entrada por un mismo Espíritu al Padre.” (Efesios 2, 13-18)

Señor, tú eres nuestra Paz.  Mira con bondad la humanidad que has creado a tu imagen y semejanza, mira como nos hemos dividido y creado muros entre nosotros.  Jesús tú has dado la vida para reconciliarnos.  Entra en cada uno de nosotros, abre nuestros corazones, derrumba todo muro de prejuicio, racismo, fundamentalismo e intolerancia que llevamos dentro.  Ayúdanos más bien a construir puentes que unan.  Tú que eres el Camino, muéstranos el sendero para crear una cultura de diálogo y comprensión mutua donde cada persona pueda ser tratada con dignidad no por su bandera o su billetera, no por su credo o su filosofía, sino porque son tus hijos amados.   

Para ver más fotos: 


“Servono ponti, non muri”

Purtroppo ci sono ancora muri che dividono il nostro mondo.  Per motivi politici, sociali e religiosi si costruiscono strutture fisiche per dividere (segni dei muri interiori che si costruiscono ancora prima nel cuore).  Nella frontieratra Spagna (Ceuta-Melilla) e Marruecos, per esempio, si è costruito questo muroper impedire che gli emigranti africani entrino in territorio spagnolo.  Cercando in internet ho trovato informazione e foto su vari muri: http://www.panorama.it/news/marco-ventura-profeta-di-ventura/non-solo-berlino-ecco-tutti-i-muri-del-mondo/ 

In una delle colline di sabbia di Lima, Perú, alcuni anni fa hanno cominciato a costruire un muro per dividere una zona ricca da una povera.  Negli ultimi mesi, sono arrivate più persone in questa zona povera di “Pamplona Alta”, avvicinandosi sempre di più al limite con l’altra municipalità e la zona di “las Casuarinas”. E questi ultimi hanno scelto di ampliare il muro. Questo video fa vedere il muro dall’altra parte- laparte dei poveri.    Quest’altro video fa vedere le diseguaglianza
Anche io ho avuto la possibilità di conoscere questo “muro de la vergüenza” (muro della vergogna) come lo chiamano quelli che abitano nella zona emarginata di Pamplona Alta.  Mi sono indignato vedendo come c’erano dei soldi e dei mattoni per costruire un lungo muro, ma centinaia di famiglie di questi “asentamientos humanos” (baraccopoli) vivono in “chozas” (baracche) di stoia o di “triplay” (compensato).   Con il desiderio di costruire ponti siamo andati con il gruppo missionario di giovanissimi* e con diversi amici per conoscere questa realtà e le persone che abitano lì.  Abbiamo pregato insieme perché si compia la Parola che dice:
“Ora invece, in Cristo Gesù, voi che un tempo eravate i lontani siete diventati i vicini grazie al sangue di Cristo. Egli infatti è la nostra pace, colui che ha fatto dei due un popolo solo, abbattendo il muro di separazione che era frammezzo, cioè l'inimicizia, annullando, per mezzo della sua carne, la legge fatta di prescrizioni e di decreti, per creare in se stesso, dei due, un solo uomo nuovo, facendo la pace, e per riconciliare tutti e due con Dio in un solo corpo, per mezzo della croce, distruggendo in se stesso l'inimicizia. Egli è venuto perciò ad annunziare pace a voi che eravate lontani e pace a coloro che erano vicini. Per mezzo di lui possiamo presentarci, gli uni e gli altri, al Padre in un solo Spirito.” (Ef. 2, 13-18)

Signore, tu sei la nostra Pace.  Guarda con bontà l’umanità che hai creato a tua immagine e somiglianza, guarda come ci siamo divisi costruendo muri tra di noi.  Gesù, tu hai dato la vita per riconciliarci, entra in ciascuno di noi, apri i nostri cuori, distruggi ogni muro di pregiudizio, razzismo, fondamentalismo e intolleranza che portiamo dentro.  Aiutaci, invece, a costruire ponti che uniscano.  Tu che sei il Cammino, mostraci il sentiero per creare una cultura di dialogo e mutua comprensione dove ogni persona possa vivere con dignità non per la sua bandiera o per il suo “portafolio”, non per il suo credo o il suo colore, ma perché sono i tuoi figli amati. 

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We need bridges, not walls


Remembering the 25th anniversary of the fall of the Berlin Wall, Pope Francis has reminded us that: “where there is a wall there’s a closed heart, we need bridges, not walls.”


Unfortunately, walls that divide our planet still exist. Because of political, social and religious views, structures are built (external signs of walls that we already built internally to divide”.



For example, in the Spain (Ceuta-Melilla) and Morocco frontier, it has been built a wall to prevent African immigrants enter Spanish lands.  



Browsing on the internet, I found information and pictures of various walls:




In one of the hills in Lima, a couple of years ago, a wall began to be built to divide rich zones from poor zones. In the last couple of months, because of the increase in population in the poor zone and getting nearer to the rich zone, the municipality decided to expand the wall.



A couple of months ago, when I was in Lima, I had the opportunity to get to know "el muro de la vergüenza" (“the wall of shame”) as people of Pamplona Alta call it. I felt undignified to see that if there’s enough money and bricks to build a long wall when there’s thousands of families who live in shacks, mat huts or “triplay”. We had the opportunity to go with some adolescents of the missionary group and friends in diverse moments to know and pray so that the Word of God became a reality:



“But now in Christ Jesus you who once were far off have been brought near by the blood of Christ. For he is our peace, who made both one and broke down the wall of separation, having abolished in his flesh the enmity, even the law of commandments contained in ordinances, that in Himself of twain one new man himself, making peace, through the cross to reconcile us both to God in one body, having slain the enmity. He came and preached peace to you who were far off and those who were near; because through him we both have access by one Spirit to the Father. "(Ephesians 2: 13-18)



Lord, you are our peace. Look kindly at humanity that has been created by your own image and likeness, look how we have divided ourselves and created walls between us. Jesus, you gave your life to reconcile us. In every one of us, break down every wall of prejudice, racism, fundamentalism and intolerance that we have inside us. Help us build bridges that unite. You that are the Way, show us the path to create a culture of dialogue and mutual comprehension where every person can be treated with dignity not because of his/her flag or wallet, not because of his/her creed of philosophy, but because they are your beloved children.  

lunes, 3 de noviembre de 2014

19. El amor es más fuerte que la muerte


(sotto è in italiano, also in english)
Hoy, 2 de noviembre, recordamos a nuestros seres queridos difuntos: abuelos, padres, hijos, familiares, amigos.  Vamos al cementerio y rezamos por ellos.  Las flores que llevamos son signo del afecto que nos une.  Son signo de una relación que continúa porque sabemos que “están vivos”, están vivos en Cristo.
Ante la muerte de una persona a quien queremos mucho experimentamos un dolor profundo, un sufrimiento que no se logra expresar con palabras.  Es normal el preguntarse el porqué; tenemos necesidad de encontrar sentido a esta separación.

Hace algunas semanas, celebré la Misa en un pueblo vecino y algunos de los refugiados me acompañaron.  Luego de un par de días vino a visitarnos una señora que había estado en la misa.  Junto a su esposo han traído ropa para los refugiados.  Me explican que esta ropa era de su hijo, que había muerto hace años en un accidente.   Desde ese día ellos habían custodiado las pertenencias de su único hijo como un tesoro, como lo único que les quedaba de él.  Pero ahora, habían tomado una decisión muy valiente.  Ella abrazó la ropa y mirándome profundamente a los ojos, extendió lentamente las manos, como quien se separa de algo de gran valor.  He acogido este don entre mis manos, con la consciencia de que no estaba recibiendo unas prendas de ropa, sino todo el corazón de esta familia.  Ha sido duro para ellos desprenderse, pero ha sido un gesto que les ha liberado y les ha ayudado a tener paz.  El dolor se transformó en amor por los demás, mientras que la ropa guardada y custodiada se convirtió en calor humano para los refugiados. 

Hoy al rezar por nuestros seres queridos fallecidos, recordémonos de rezar también por las víctimas de la guerra, los perseguidos y asesinados por su fe, aquellos que mueren de hambre.  Junto a nuestros refugiados, recordamos a sus compañeros que no han logrado llegar a Italia, a tantos que en el viaje a través del desierto Sahara, en Libia o intentando atraversar el Mar Mediterrano han dejado este mundo.  No puedo dejar de recordar los difuntos por los cuales he celebrado el funeral ( o el “rezo” como le llaman en Perú), sobre todo aquellos que se encuentran enterrados en el cementerio de “Nueva Esperanza” y de “Pamplona Alta” en Lima, Perú.

Te ofrecemos Señor la vida de nuestros difuntos, pero también la de tantos otros difuntos que no tienen quien rece por ellos.  Acógelos con tu abrazo de misericordia.  Gracias porque donando tu vida en la cruz has asumido la muerte y la has vencido, abriendo para nosotros las puertas de la vida eterna.

Señor tenemos fe en ti y en la resurrección, pero al mismo tiempo experimentamos tristeza por la falta de nuestros seres queridos.  Tú conoces y comprendes nuestro dolor porque también tú lloraste quando murió tu amigo Lázaro.  Pero no permitas, Jesús, que el dolor cierre nuestros corazones.  Gracias por el ejemplo de estos papás que han elegido amar aún cuando “les dolía”.  Ayúdanos a “salir” del sufrimiento, esforzándonos por ayudar a los que sufren.


"L'amore è più forte della la morte." 

Oggi, due di novembre, ricordiamo i nostri cari defunti: nonni, genitori, figli, amici. Visitiamo il cimitero e preghiamo per loro.  I fiori che portiamo sono segno dell’affetto che ci unisce.  Sono segno di un rapporto che continua perché sappiamo che “è vivo”, è vivo in Cristo.
Davanti alla morte di una persona alla quale vogliamo tanto bene sperimentiamo un grande dolore, una sofferenza che non si riesce a esprimere in parole.  É normale chiedersi il perché; abbiamo bisogno di trovare il senso di questa separazione.

Alcune settimane fa ho celebrato messa in un paesino vicino, accompagnato da alcuni dei nostri rifugiati.  Dopo un paio di giorni è venuta nella nostra comunità una signora che era a messa, e insieme al suo sposo hanno portato dei vestiti per i rifugiati.  Mi hanno spiegato che quei vestiti erano del loro figlio, morto anni fa in un incidente. Da quel giorno loro avevano custodito tutte le sue cose come un “tesoro”, come quello che rimaneva di lui.  Ma adesso avevano fatto una scelta molto coraggiosa. Lei ha abbracciato i vestiti e guardando profondamente i miei occhi ha steso lentamente le sue mani, come chi si separa da qualcosa di grande valore.  Ho accolto i vestiti nelle mie mani, con la consapevolezza che non stavo ricevendo alcuni vestiti, ma il cuore di questa famiglia.  È stata dura per loro staccarsi, ma è stato un gesto che li ha liberati e li ha aiutati a trovare pace.  Il dolore si è trasformato in amore verso gli altri, i vestiti custoditi in calore umano per i rifugiati.

Oggi nel pregare per i nostri cari defunti, ricordiamoci di pregare anche per le vittime delle guerre, i perseguitati e uccisi per la loro fede, quelli che muoiono di fame.  Insieme ai nostri rifugiati, ricordiamo i loro compagni che non sono riusciti ad arrivare in Italia, a tanti che nel viaggio del deserto del Sahara, in Libia o attraversando il Mare Mediterraneo hanno lasciato questo mondo.  Non posso non ricordare i defunti per i quali ho fatto il loro funerale, specialmente quelli che si trovano nel cimitero di “Nueva Esperanza” e di “Pamplona Alta”a Lima, in Perù.

Ti offriamo Signore la vita dei nostri cari defunti, ma anche di tanti altri defunti che non hanno chi preghi per loro.  Accoglili con il tuo abbraccio di misericordia.  Grazie perché, donando la tua vita sulla croce, hai assunto la morte e l’hai vinta, aprendo per noi le porte della vita eterna.  Signore, abbiamo fede in te e nella risurrezione, ma allo stesso tempo sperimentiamo tristezza per la mancanza dei nostri cari.  Tu conosci e capisci il nostro dolore perché anche tu hai pianto quando è morto il tuo amico Lazzaro.  Ma non permettere, Gesù, che il dolore chiuda i nostri cuori.  Grazie per l’esempio di questi genitori che hanno scelto di amare anche quando gli “faceva male”.  Aiutaci a “uscire” dalla sofferenza, provando ad aiutare gli altri che soffrono. 


Love is stronger than death

Today, November 2, we remember our lost loved ones: grandparents, parents, children, relatives, and friends. We go to the cemetery and pray for them. The flowers we bring are a sign of affection that unites us. They are a sign of a relationship that still continues because we know that they “are alive”, alive in Christ. At the death of a person who we love very much we experiment a deep pain, a suffering that can’t be expressed into words. It’s normal to ask "why"; we have the need to find a meaning to this separation.

Some weeks ago, I celebrated Mass in a neighboring village and some of the refugees accompanied me. After a few days, a lady who was at the mass came to visit us. Alongside her husband, they brought clothes for the refugees. They explained that they were his son’s clothes, who had died some years ago in an accident. Since that day, they had preserved their only son’s belongings as a treasure, like the only things that were left of him. But now, they had taken a courageous decision. She embraced the clothes and, looking profoundly at my eyes, slowly extended her arms, like someone who separates to something of great value. I welcomed this gift between my hands, with the conscience that I wasn’t receiving just some clothes, but the heart of that family. It has been hard for them to let go but it has been a gesture that has liberated them and has helped them have peace. The pain transformed into love for others, while the saved and guarded clothes turned into human warmth for the refugees.
 
Today, by praying for our lost loved ones, let’s remember to also pray for war victims, persecuted and killed because of their faith, those how starve to death. Beside our refugees, we remember their friends who have not made it yet to Italy, the many who, in the journey throughout the Sahara desert, in Libya or trying to cross the Mediterranean Sea, have left this world. I cannot forget those of whom I have celebrated funerals (or the “rezo” as the say in Peru), but most of all, those that are buried at “Nueva Esperanza” cemetery and “Pamplona Alta” cemetery in Peru.

God, we offer the lives of our deceased, but also of the many people who have no one to pray for them. Welcome them with your hug of mercy. Thank you because, by donating your life on the cross, you have assumed death and have defeated it, opening for us the doors to eternal life.

Lord, we have faith in you and the resurrection, but at the same time we experiment sadness for the deaths of our loved ones. You know and understand our pain because you also cried when your friend Lazaro died. But, Jesus, don’t let the pain close our hearts. Thank you for the example of those parents that have chosen to love even when “it hurt”. Let us “get out” of the suffering, striving to help those who suffer.


lunes, 27 de octubre de 2014

18. “In shaa Allah” - Tú eres mi refugio- Tu sei il mio rifugio

Tú eres mi refugio
(sotto è in italiano)
Luego de que el último grupo de refugiados continuó su camino hacia otros lugares de Europa llegaron otras doce personas, entre las cuales estaban una familia siria* y Mohammed y Polash, dos jóvenes de Bangladesh.
Los sirios han contactado inmediatamente sus familiares y, luego de pocas horas, han continuado su viaje.
También Mohammed ha llamado a sus familiares para decirles que había llegado bien a Italia.  Ellos, contentos de saber que estaba sano y salvo, le han dado los números de teléfono de algunos amigos que lo podían acoger en otros países europeos.  Mohammed, entusiasmado, llamó a su primer amigo, que se encontraba en Alemania y luego llamó al otro amigo en Austria.  Luego de algunos minutos lo veo con el rostro triste y me dice: “My friends told me they cannot welcome me.  I have nowhere to go.” (“Mis amigos me dijeron que no me pueden acoger.  No tengo un lugar a donde ir”.)

Esa tarde en la Misa hemos rezado el salmo 90 que dice “el Señor es mi refugio”.  Hasta ahora esta frase significaba solamente protegerse de la lluvia.  Me venía la imagen de cuando estudiaba en el Colegio de Mayagüez y en las tardes caía un buen “aguacero” (como decimos en Puerto Rico).  Si uno estaba caminando de un edificio a otro, o regresando a casa, uno tenía que encontrar un “refugio” para “guarecerse” hasta que “escampara”.  
Pero en ese momento, rezando el salmo he pensado en Mohammed, en su desilusión, y su soledad por no tener ninguno que lo acoja.  Me he imaginado su confusión por no saber qué hacer ahora.  Me han venido a la mente, y al corazón, los deambulantes que tal vez no tienen un techo, un refugio.  He pensado en los cristianos y en las minorías religiosas perseguidos en Irak y en otros lugares del mundo.  Y junto a todos ellos he cantado: “¡Tú eres, Señor, mi refugio!”.
El día después, me detuve para dialogar con Mohammed sobre su futuro y él, mirando hacia lo alto y levantando las manos me dijo: “In shaa Allah”.  Experimenté una profunda sintonía que, más allá de las diferencias religiosas, nos ha hecho renovar la confianza en el único Señor.  De hecho, la expresión en árabe usada por Mohammed expresa la confianza y la sumisión a Dios con la conciencia que nuestras vidas están en Sus manos y que Él es nuestro refugio.
Tal vez nosotros también experimentamos desilusión, confusión y soledad.  Que la confianza en Dios que tiene Mohammed sea fuerza para nosotros.

*Lamentablemente la situación en Siria es muy difícil, sobre todo para las mujeres.  Este pequeño video de la Comisión para los Refugiados de la ONU muestra su lucha para sobrevivir. https://www.youtube.com/watch?v=bzYgtG93TBg

En Español https://www.youtube.com/watch?v=168xTU_GKJQ


Tu sei il mio rifugio


Dopo che l’ultimo gruppo di rifugiati ha continuato il proprio cammino, sono arrivate altre dodici persone tra cui una famiglia siriana* e Mohammed e Polash, due giovani originari del Bangladesh.
I siriani hanno contattato subito i familiari e, dopo poche ore, si sono rimessi in viaggio.
Anche Mohammed ha telefonato ai suoi familiari per dire che era arrivato bene in Italia. Loro, contenti di sentire che era sano e salvo, gli hanno dato i numeri di amici che lo potevano accogliere in alcuni Paesi europei. Mohammed, entusiasmato, ha chiamato subito il primo amico che si trovava in Germania e dopo ha telefonato ad un altro amico in Austria. Dopo alcuni minuti lo vedo con il volto triste e mi dice: “My friends told me they cannot welcome me. I have nowhere to go.” (I miei amici mi hanno detto che non mi possono accogliere.  Non ho un luogo dove andare.)
Quella sera a Messa abbiamo pregato il salmo 90 che dice “il Signore è il mio rifugio”**. Fino allora, questa frase significava per me che il Signore è come un luogo sicuro per ripararmi della pioggia, magari in mezzo a splendide montagne. 
In quel momento, al sentire questo salmo, ho pensato a Mohammed, alla sua delusione alla solitudine di non avere nessuno che lo accolga e alla sua confusione di non sapere che cosa fare. Mi sono venuti in mente i barboni che non hanno un tetto, un rifugio; ho pregato anche per i cristiani e le minoranze religiose perseguitate in Iraq e in altri luoghi. E insieme a loro ho cantato: “Tu sei, Signore, il mio rifugio”. 
Il giorno dopo, mi sono fermato a dialogare con Mohammed sul suo futuro e lui, guardando in alto e alzando le mani, mi ha detto: “In shaa Allah”. Subito ho sperimentato una profonda sintonia che, al di là delle differenti appartenenze religiose, ci ha fatto rinnovare la fiducia nell’unico Signore.  Infatti, l’espressione in arabo usata da Mohammed esprime la fiducia e la sommissione a Dio, nella consapevolezza che le nostre vite sono nelle Sue mani e che Lui è il nostro rifugio. 
Forse anche noi tante volte sperimentiamo delusione, confusione, solitudine, che la fiducia in Dio di Mohammed sia forza anche per noi.
 *Ormai la situazione in Siria è molto dura, sopratutto per le donne.  Questo piccolo video dalla Commissione per i rifugiati dell’ ONU spiega le loro lotte per sopravvivere. https://www.youtube.com/watch?v=bzYgtG93TBg