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martes, 2 de septiembre de 2014

11. Una herida que unifica - Una ferita che unisce



 Hace cuatro meses llegó un número grande de refugiados africanos al vecino pueblo de Porto Viro, Italia.  Ahora mismo hay cuarentiocho migrantes que se están quedando en un albergue que les ha acogido.  Ellos desean permanecer en Italia y han comenzado el proceso de pedir el famoso “permesso di soggiorno” ,que quiere decir “permiso de residencia”. Unidos al pueblo de Porto Viro, estamos buscando maneras de acogerles y ayudarles en la integración.  Por eso la misionera María Cristina, junto a otras personas, van semanalmente para darles clase de italiano.  A veces ellos vienen a nuestro Centro Misionero para jugar fútbol o para compartir con nosotros.  También nosotros vamos a Porto Viro para acompañarles en un taller de manualidades, donde juntos confeccionamos unos llaveros muy bonitos usando un poco de cuero, perforadores, soguilla, algodón, etc.  Así nos sentamos alrededor de las mesas y, mientras llevamos a cabo todo el proceso de confección, vamos hablando.
A veces pensamos que por el hecho de que todos vienen del continente de África son todos iguales, pero no es así. Hay diversidad de países representados: Mali, Ghana, Nigeria, Gambia, etc.  Hay una gran diversidad de idiomas, culturas, tradiciones, religiones, todo esto sin mencionar los diferentes carácteres de cada uno, su historia personal y su forma de ser.  Como se pueden imaginar, no es fácil para ningún grupo convivir entre ellos.  Para estos hermanos que ya llevan cuatro meses en el albergue que los acoge, también hay momentos de tensión o de malos entendidos.
La última vez que fui para acompañarles en el taller de manualidades, llevé un mapa de África para que me señalaran su pueblo de origen.  Cada uno me mostraba con alegría el lugar donde se encontraba su casa y su familia.  Al ver el mapa de Libia, comenzaron a recordar la violencia que experimentaron allí y el sucesivo viaje en barco.  Comenzaron a hablar entre ellos en sus idiomas nativos.  Le pregunto a Causo de qué estaban hablando y me dijo: “We are talking about Libia and about the trip” (que quiere decir: “estamos hablando de Libia y acerca del viaje”).  Yo no entendía lo que ellos decían en sus respectivos idiomas, pero sí comprendía que era importante dejarles hablar y expresarse.  Así, mientras íbamos preparando los llaveros, cada uno iba contando su historia; narrando esa experiencia traumática que hasta ahora no había logrado exteriorizar.  En algunos momentos surgía un silencio profundo; un silencio, sin embargo que decía tanto, era como un escuchar aquello que se acababa de decir para integrarlo.  Luego de unos segundos se escuchaba un suspiro fuerte y el imigrante continuaba su relato. Era como si con ese suspiro, expulsara toda la carga negativa que ese acontecimiento había significado.  Así pasaba el tiempo, hasta que llegaron momentos en que se reían, maravillados por lo que habían logrado superar. 

Luego de que Causo habló, lo miré cómo para pedirle que me explicara lo que había dicho y me dijo “This was the first time I talked about the trip.  I was thanking God for my life, because I am alive.” (Esta es la primera vez que hablo sobre el viaje.  Estaba dando gracias a Dios por mi vida y porque estoy vivo.)
Al mirar con detenimiento el llavero que construían, me parecía contemplar un signo profético: aquel llavero de África, lleno de perforaciones, era unido por una soguilla, “rellenado” de algodón y transformado en algo bello y útil.

Así la experiencia sufrida de cada hermano, las heridas experimentadas, al ser compartidas les unían, y ellos se llenaban de un sentido, de un sentido de agradecimiento por haber sobrevivido todo eso.  Rezo porque este pequeño signo se realice, que estos hermanos puedan unirse entre ellos, puedan sanar sus heridas y contruir juntos un mejor mundo.  Rezo para que el pueblo italiano  sepa comprenderlos, acogerlos y amarlos.  Qué el “continente de la esperanza”, como llamaba San Juan Pablo II al África, tan dividido por las guerras y por las injusticias, pueda reconciliarse y compartir con el mundo tantos de los dones que Dios le ha regalado.


Gracias Señor, porque a través de la experiencia de estos hermanos, me enseñas que nuestras heridas, compartidas con los hermanos, integradas y reconciliadas y llenadas del amor de Tu Amor, pueden ser instrumento de unidad. 




11. Una ferita che unisce

Quattro mesi fa un numero grande di rifugiati africani sono arrivati al paese vicino di Porto Viro.  Adesso ci sono quarantotto migranti in un albergo che li ha accolti.  Loro vogliono rimanere in Italia e hanno cominciato il processo di richiesta del famoso “permesso di soggiorno”.  Uniti al popolo di Porto Viro, stiamo cercando maniere di accoglierli e aiutarli nella integrazione.  Per questo la missionaria Maria Cristina, insieme ad altre persone vanno settimanalmente per dare loro lezioni d’italiano.  A volte loro vengono nel nostro Centro Missionario per giocare a calcio o per stare con noi.  Anche noi andiamo a Porto Viro per accompagnarli in un laboratorio manuale, dove, insieme assembliamo alcuni portachiavi a forma d’Africa molto belli utilizzando un po’ di cuoio, perforatori, corde, cotone, ecc. Così ci sediamo attorno alle tavole, e, mentre facciamo i portachiavi, parliamo.
A volte pensiamo che per il fatto che tutti vengono dal continente Africano, tutti sono uguali, ma non è così. C’è diversità di nazioni rappresentate: Mali, Ghana, Nigeria, Gambia, ecc.  C’è una gran diversità di linguaggi, culture, tradizioni, religioni, tutto questo senza parlare dei diversi caratteri di ciascuno, le loro storie personali e il loro modo di essere.  Come potete immaginare, non è facile per i membri di qualsiasi gruppo convivere tra di loro.  Per questi fratelli che già stanno da quattro mesi nell'albergo che li accoglie, ci sono anche dei momenti di tensione o di incomprensione.
L'ultima volta che sono andato per accompagnarli nel laboratorio manuale, ho portato con me una cartina dell'Africa così loro mi potevano far vedere i loro paesi d'origine.  Ciascuno di loro mi raccontava con gioia il luogo dove abitava.  Guardando la cartina della Libia, hanno ricordato la violenza che hanno sperimentato lì e il successivo viaggio in barca.  Hanno cominciato a parlare con i loro linguaggi nativi.  Chiedo a Causo, un migrante della Nigeria, di che cosa stanno parlando e mi dice: “We are talking about Libia and about the trip” (che vuol dire: “stiamo parlando  della Libia e del viaggio”).  Io non capivo quello che dicevano nei loro rispettivi linguaggi, ma avevo compreso che era importante lasciarli parlare ed esprimersi.  Così, nel frattempo che stavamo preparando i portachiavi, ciascuno di loro raccontava la sua storia, narrando quella esperienza traumatica che fino adesso non erano riusciti a esteriorizzare.  In alcuni momenti c'era un silenzio profondo;  ma era un silenzio che diceva tanto, era come un riascoltare quanto appena detto per integrarlo.  Dopo alcuni secondi si ascoltava un forte sospiro e continuava il racconto.  Era come se con quel sospiro, buttasse fuori la carica negativa che quel fatto aveva significato.  Così trascorreva il tempo, fino a che arrivavano momenti dove ridevano, meravigliati di quello che sono riusciti a superare. 
Dopo che Causo parlò, io lo guardai come per chiedergli di spiegarmi cosa aveva detto, e lui, capendo il mio sguardo mi disse: “This is the first time I talked about the trip. I was thanking God for my life, because I am alive.” (Questa è la prima volta che parlo del viaggio.  Stavo ringraziando Dio per la mia vita e perché sono vivo.)
Tenendo lo sguardo fisso sul portachiavi che facevamo, mi sembrava di contemplare un segno profetico: quel portachiavi d'Africa pieno di perforazioni, era tenuto unito da una corda, “riempito” di cotone e trasformato in qualcosa di bello e utile.

Così l'esperienza vissuta di ogni fratello, le ferite sofferte, nell'essere condivise univano le persone, e loro si riempivano di senso, di un senso di ringraziamento per avere sopravvissuto a quell'odissea.  Prego perché questo piccolo segno si realizzi, che questi fratelli possano unirsi tra di loro, possano sanare le loro ferite per costruire insieme un mondo migliore.  Prego perché il popolo italiano sappia capirli, accoglierli e amarli.  Che il “continente della speranza”, come chiamava San Giovanni Paolo II l'Africa, così diviso per le guerre e per le ingiustizie, possa riconciliarsi e condividere con il mondo tanti doni che Dio gli ha donato.  
Grazie Signore, perché attraverso l'esperienza di questi fratelli, mi insegni che le nostre ferite, condivise con i fratelli, integrate, riconciliate e riempite del Tuo Amore, possono essere strumento di unità.