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sábado, 20 de diciembre de 2014

25. Cada vez que acoges es Navidad


(Sotto è in italiano)
Hace unos días tuve la bendición de acompañar dos jóvenes de Gambia a un almuerzo en la casa de Diego y Anna, una familia de nuestra zona.  La mamá de Diego había preparado un rico almuerzo para acoger a estos invitados especiales.  Nos hemos reunido alrededor de la mesa y entre nuestro inglés y el italiano que los 2 jóvenes han aprendido en los siete meses que llevan en Italia hemos empezado a presentarnos.  Hemos hablado de tantas cosas: el clima, la comida, un poco de la historia de cada uno, etc.  Eramos de diversas culturas, idiomas y religiones, pero esta diversidad no ha sido un obstáculo.  Todo lo contrario, hemos estado cinco horas juntos, como quien habla con un viejo amigo que hace tiempo que no ve, o mejor aún, como quien se reencuentra con un hermano luego de haber crecido en lugares distantes.  No nos conocíamos, pero nos hemos dado cuenta que éramos hermanos.   Esa noche recibí un mensaje de texto de Diego que resumía el gozo experimentado: “Hoy ha sido un día estupendo.  Espero que lo haya sido también para los jóvenes y para ti amigo mío.  Un abrazo Diego y Ana.”  Y así ha sido también para nosotros.  Cuando me despedí de nuestros hermanos de Gambia me repetían sonriendo: “I am very very happy.” (“Estoy muy muy contento”.)  Sus ojos brillaban con intensidad, reflejando una nueva esperanza nacida en lo profundo del corazón.
Del mismo modo, dos nigerianos, junto a uno de nuestros voluntarios, regresaron a casa con la mirada renovada, luego del almuerzo con otra familia.  Otros diez refugiados, acompañados por una misionaria y una voluntaria, regresaron entusiasmados de un almuerzo organizado por una parroquia vecina.  Así son más de 30 las invitaciones para almuerzo o cena de "Aggiungi un posto a tavola" (Añade un puesto a la mesa) que hemos recibido hasta ahora para acoger a los cerca 100 refugiados que han sido acogidos en los cuatro centros de acogida en nuestra diócesis de Chioggia. 

Gracias Señor, porque cada vez que acogemos a una persona, sobretodo a uno de tus hermanos más pequeños, Tú naces en nuestros corazones, y por lo tanto, es Navidad. 
Para saber más: fb. "Aggiungi un posto a tavola"

¡¡Feliz Navidad!!

25. Ogni volta che accogli è Natale
Alcuni giorni fa ho avuto la benedizione di accompagnare 2 giovani di Gambia a un pranzo da Diego e Anna, una famiglia della zona di Mesola.  La mamma di Diego ha preparato un ricco pranzo per accogliere questi ospiti speciali.  Ci siamo seduti a tavola e tra il nostro inglese e l’italiano che i due giovani hanno imparato in questi sette mesi in Italia abbiamo iniziato a presentarci.  Abbiamo parlato di tante cose: il clima, il cibo, anche i luoghi comuni sui rifugiati (tante volte quello che si sente sul TG non esprime la verità).  Eravamo di diverse culture, lingue, religione, ma questa diversità non è stata un ostacolo.  Siamo stati cinque ore insieme, come chi parla con un vecchio amico che da tempo non si vede, o meglio ancora,come chi si ritrova con un fratello dopo essere cresciuti in diversi luoghi.  Non ci conoscevamo, eppure ci siamo scoperti più vicini che mai. Quella sera ho ricevuto un sms di Diego che raccoglie la gioia esperimentata: “Oggi è stata una giornata stupenda.  Spero lo sia stata anche per i ragazzi e per te amico mio. Un abbraccio Diego e Anna.”  E così è stata anche per noi.  Quando ho salutato ai nostri fratelli di Gambia mi dicevano continuamente con un bel sorriso: “I am very very happy.” (“Sono molto molto contento”).  I loro occhi brillavano con intensità rispecchiando una nuova speranza profonda.
Così anche altri due nigeriani, sono tornati con lo sguardo rinnovato, dopo essere accompagnati da un nostro volontario a pranzo da un’altra famiglia.  Anche altri dieci richiedenti asilo politico, accompagnati da una missionaria e una volontaria, sono tornati entusiasti dal pranzo parrocchiale a Porto Levante.  Così sono più di trenta gli inviti che abbiamo ricevuto fino adesso per accogliere ai circa 100 richiedenti asilo politico accolti dai quattro centri di accoglienza nella nostra diocesi di Chioggia.
Grazie, Signore, perché ogni volta che accogliamo a una persona, sopratutto uno dei tuoi fratelli più piccoli tu nasci nei nostri cuori, e quindi è Natale.
Tutti questi incontri sono parte di “Aggiunti un posto a tavola” una iniziativa del progetto di volontariato nella diocesi di Chioggia.


Anche tu puoi vivere quest’ esperienza.  Chiama al 3392891653 o in facebook: "Aggiungi un posto a tavola" per saperne di più. 



domingo, 14 de diciembre de 2014

24. "Niños soldados"

(sotto è in italiano? - scroll down for english translation) 
En esta época los niños sueñan entusiasmados con los juguetes de Navidad.  Lamentablemente otros niños tienen pesadillas porque son obligados a ser soldados.  La historia de estos jóvenes eritreos nos ayuda a comprender una de las causas de la migración:

Nuestro amigo Mohammed continúa a construir amistad con nuestros jóvenes.  Mientras tanto llegan otros refugiados que han desenbarcado hace unas horas en la isla italiana de Lampedusa.  Esta vez acogemos a una familia siriana y a algunos jóvenes de Eritrea.  La familia siria ha escapado de la guerra y ha llegado a Europa para salvar la vida de cada uno, especialmente de los pequeños.

Los tres eritreos, por su parte, son jovencitos.  “Efren” y “Filemon” han declarado que tienen 18 años, pero se nota inmediatamente que son menores, se ve en sus rostros.  Tienen mucha alegría y cuando vieron una pelota de volibol empezaron a jugar entusiasmados.  Su modo de saludarse es muy simpático: se aprietan la mano derecha, mientras la izquierda la apoyan sobre la espalda del compañero y “chocan” los hombros 3 veces. 

Efren llama a su tío, Frezgie, que vive en Milán y él viene a visitar a su sobrino para asegurarse que esté bien.  Recojo al tío en la estación del tren de Rovigo y en el camino hacia Villaregia me cuenta su historia.

Él tiene 30 años y se encuentra en Italia desde hace cinco.  La situación en Eritrea, era y es muy dura.  Luego de la declaración de independencia (1993) el gobierno, intentando mantener el orden en el país ha iniciado una fuerte represión.  (link) También Frezgie ha sufrido por este autoritarismo.  Cuando todavía estaba en su tierra de origen le habían forzado a entrar en las fuerzas armadas.  Después de dos meses logró escaparse del ejercito, pero tuvo que escapar también de Eritrea.  Me explica que el gobierno obliga a “enrolarse” cuando se cumple los 18 años, pero muchos son forzados a entrar cuando todavía son menores de edad.  Tal vez por esto los papás de Efren tuvieron que decidir enviar a su hijo en un viaje así peligros para salvarlo del ejército, para salvarle la vida.
Cuando llegamos a Villaregia,  Frezgie ve a los jóvenes eritreos y llama por nombre a su sobrino: “¡Efren!”. No lo reconoce inmediatamente porque no lo ve desde que era pequeñito.  Ambos sonríen y se dan el saludo eritreo.  Contemplando la alegría de este encuentro he rezado por estos jóvenes que han escapado de su tierra para no tener que matar o ser matados.  No se que será de sus vidas aquí en un nuevo continente, pero doy gracias a Dios que la inmensa sonrisa de Efren no será apagada por la violencia de la guerra.  Espero que este pueblo sepa acogerlo, aceptarlo y ayudarlo a crecer con dignidad para que pueda continuar sonriendo.









Otros enlaces:
esp.
https://childrenandarmedconflict.un.org/es/efectos-del-conflicto/infracciones-mas-graves/ninos-soldados/
video https://www.youtube.com/watch?v=zj5Oui-ABr0

24. Soldati bambini

Il nostro amico Mohammed continua a costruire amicizia con i nostri giovani.  In tanto arrivano altri richiedenti asilo, sbarcati alcune ore prima a Lampedusa.  Questa volta accogliamo una famiglia siriana e alcuni giovani eritrei.  La famiglia è scappata dalla guerra ed è arrivata in Europa per salvare la vita di tutti, specialmente dei bambini. 
Gli tre Eritrei sono giovani.  “Efren” e “Filemon” hanno dichiarato che hanno 18 anni ma si vede subito che sono più giovani, si vede nei loro volti.  Hanno molta gioia e appena vedono un palla di pallavolo iniziano a giocare subito.  Il loro modo di salutarsi è molto simpatico:  si stringono la mano destra, la sinistra sulla schiena del compagno e si toccano le spalle 3 volte.  Uno di loro si mette in comunicazione con Frezgie, lo zio, che abita a Milano, e lui viene a visitare suo nipote per rassicurarsi che stia bene.  Prendo lo zio alla stazione di Rovigo e nel viaggio verso Villaregia mi racconta la sua storia. 
Lui ha 30 anni ed è arrivato in Italia cinque fa.  La situazione in Eritrea è molto dura.  Dopo la dichiarazione di indipendenza (1993), “nel tentativo di mantenere il controllo sul paese, il governo ha intensificatogli arresti di chiunque si opponga o semplicemente critichi le decisioni presidenziali.”    Anche Frezgie ha sofferto questo autoritarismo.  Quando era in Eritrea lo avevano obbligato ad entrare nelle forze armate.  Dopo due mesi è scappato dall’esercito, e quindi ha dovuto anche uscire dall’Eritrea.  Mi spiega che il governo obbliga ad entrare nell’esercito quando i giovani hanno 18 anni, ma tanti sono obbligati ad entrarvi quando sono ancora minorenni. Forse per questo i genitori di suo nipote hanno scelto di inviare il figlio in un viaggio così pericoloso, per salvarlo dall’esercito, per salvargli la vita.
Purtroppo i bambini soldati sono una realtà in diverse nazioni del mondo. Secondo l’Unicef: “Si stima che 250.000 bambini siano coinvolti in conflitti in tutto il mondo. Sono usati come combattenti, messaggeri, spie, facchini, cuochi, e le ragazze, in particolare, sono costrette a prestare servizi sessuali, privandole dei loro diritti e dell'infanzia. 
Oltre un miliardo di bambini vivono in 42 paesi colpiti, tra il 2002 e oggi, da violenti conflitti. Ma l'impatto dei conflitti armati sui bambini è difficile da stimare a causa della mancanza di informazioni affidabili e aggiornate. 
Si stima siano 14,2 milioni i rifugiati in tutto il mondo, di cui il 41 % di età inferiore a 18 anni. E sono 24,5 milioni gli sfollati a causa dei conflitti, di cui il 36 % sono minorenni. Non ci sono dati attendibili sul numero dei bambini associati a forze armate, ma oltre 100.000 bambini sono stati smobilitati e reintegrati dal 1998”  
Quando arriviamo a Villaregia Frezgie guarda i giovani eritrei e chiama suo nipote per nome: “ Efren!”.  Non lo riconosce immediatamente perché non lo vede da quando era piccolo.  Ambedue sorridono e si fanno il saluto eritreo.  Contemplando la gioia di questo incontro, ho pregato per questi giovani che sono scapati dalla loro terra per non essere costretti a uccidere o essere uccisi.  Non so che sarà delle loro vite in questo nuovo continente, ma ringrazio Dio perché il sorriso grande e contagioso di Efren non sarà spento dalla violenza della guerra.  Spero che questo popolo sappia accoglierlo, accettarlo e aiutarlo a crescere con dignità così che possa continuare a sorridere.
Guarda questo video: https://www.youtube.com/watch?v=zj5Oui-ABr0


24. Child soldiers

Our friend Mohammed continues to increase his friendship with our young people, meanwhile other
refugees arrived that had disembarked several hours ago in the Italian island of Lampedusa. This
 time we received a Syrian family and some young people from Eritrea. The Syrian family has escaped from the war and has arrived in Europe in order to save their lives, specially of their children.
The three Eritreans, on their part, are very young.  “Efren” and “Filemon” declared that they were 18 years old, but one notes immediately that they are younger, it is seen in their faces. They were happy and when they saw a volleyball they began to play enthusiastically. Their manner of greeting is very friendly: they grasp the right hand, while the left hand pulls the other forward and they “hit” their shoulders three times.
Efren called his uncle, Frezgie, who lives in Milan and he came to visit his nephew to insure himself he was ok.  I picked up the uncle at the railway station and on the road back to Villregia, he told me his story. He is 30 years old and arrived in Italia five years ago. The conditions in Eritrea were very difficult. After the thier declaration of independence in 1933, the government trying to maintain order, had initiated  (link) harsh repressive measures. Frezgie also, had suffered under this authoritarianism. When he was still in his native Eritrea they had forced him to enter into the army. After two months he managed to escape the army, but it was also necessary to escape from Eritrea. He explained that the government obligated  everyone at age 18 to “sign up” but many were forced to enter when they were still adolescents. Perhaps this was the reason that his nephew’s parents were forced to decide to sent their son on such a perilous voyage in order to save their son from the army and in order to save his life.
When we arrived at Villaregia, Frezgie saw the Eritrean youngsters and called the name of his nephew: “Efren”. (He didn’t recognize him right away as he hadn’t seen him since he was small). Both smiled and gave each other the Eritrean greeting. Seeing the joy of this meeting, I have prayed for these children who
 have escaped from thier homeland in order not to kill or be killed. I don’t know what lies ahead in their lives on a new continent, but I give thanks to God that the enormous smile of Efren will not be extinguished by the violence of war. I hope that the people here knows to take them, accept them and help them grow in dignity so they can continue smiling.


viernes, 5 de diciembre de 2014

23."Made in Bangladesh"

(sotto è in italiano - scroll down for english translation)

¿Sabes donde fue hecha la ropa que tienes puesta?  Tal vez ha pasado por las manos de Mohammed...

Nuestro amigo Mohammed, que ha llegado a Italia desde Bangladesh, buscando asilo político, nos explica que en su tierra natal trabajaba en la importación y exportación de ropa producida en Bangladesh.  El recibía 200 dólares al mes por su trabajo, pero tantos de sus compañeros de trabajo, sobre todo las mujeres que trabajan en la manufactura reciben solo entre 150 y 100 dólares al mes.  Este salario sería injusto aún para alguien que trabaja partime, pero su realidad es mucho más dura.  Tantos trabajan más de 12 horas al día, en condiciones infrahumanas, teniendo poquísimo tiempo para descansar y en estructuras sin las medidas de seguridad básicas.

El 24 de abril de 2013 el mundo se despertó a la triste realidad del verdadero costo detrás de los vestidos que usamos en “occidente”.  El Rana Plaza, un edificio comercial de ocho pisos en Dacca, Bangladesh, donde estaban trabajando centenares de personas de la industria textil se derrumbó, dejando 1,129 muertos y 2,515 heridos. (Mira un video)

Lamentablemente la explotación de los trabajadores es uno de los nuevos modos de esclavitud del tercer milenio.  Cada 2 de diciembre se celebra la jornada internacional para la abolición de la esclavitud.  Justo en ese día, el Papa Francisco, junto a líderes de diversas religiones han firmado una declaración común recordando que la trata depersonas, finalizada al trabajo forzado, a la prostitución, al tráfico de órganos es un crimen contra la humanidad y así debe ser reconocida por todas las naciones.

También nosotros queremos hacer algo para terminar con cada tipo de esclavitud.  Podemos rezar, pero también son necesarias acciones concretas.  Una manera puede ser informarse de la proveniencia de los productos que compramos, asecurándonos que hayan sido manufacturados en condiciones de trabajo dignas.  Para conocer más puedes visitar la página web del “International Labour Organization”.  Es lo menos que podemos hacer por Mohammed y por nuestros hermanos del Bangladesh.

Italiano

Sai dov’è stato fatto quel vestito che stai indossando?  Forse è passato per le mani di Mohammed...

 Il nostro amico Mohammed, richiedente asilo politico dal Bangladesh, che abbiamo accolto, ci spiega che prima lavorava nell’ importazione ed esportazione dei vestiti prodotti in Bangladesh.  Lui riceveva 200 USD (circa 160 euro) al mese, ma tantissime persone, che lavorano preparando i vestiti, sopratutto donne, ricevevano 150 o soltanto 100 USD (120-80 euro) al mese.  Questo stipendio sarebbe ingiusto anche per chi lavora “part time”, ma la loro realtà è molto dura.  Tanti lavorano più di 12 ore al giorno, in condizioni inumane, avendo pochissimo tempo per riposare e operando in strutture senza le principali misure di sicurezza.

Il 24 aprile 2013 il mondo si svegliò alla triste realtà del prezzo nascosto dietro gli abiti che indossiamo in “occidente”.  Il Rana Plaza, un edificio commerciale di otto piani a Dacca, in Bangladesh, dove stavano lavorando centinaia di persone dell’industria tessile era crollato, causando 1129 morti e circa 2515 feriti.  (Guarda il video)


Lo sfruttamento degli operatori è purtroppo, una delle nuove forme di schiavitù nel nostro mondo.  Ogni 2 dicembre si celebra la giornata internazionale per l’abolizione della schiavitù, e quest’anno, proprio quel giorno Papa Franceso e vari leader di diverse religioni hanno firmato una dichiarazione comune, sottolineando  che la tratta di essere umani, finalizzata al lavoro forzato, alla prostituzione e al traffico di organi, è un crimine control’umanità, che dev’essere riconosciuto da tutte le nazioni.  

Anche noi vogliamo fare qualcosa per porre fine ad ogni tipo di schiavitù.  Possiamo pregare, ma c’è bisogno anche di azioni concrete.  Un possibile modo è informarsi sulla provenienza dei prodotti che compriamo, assicurandoci che siano stati fatti in condizioni senza sfruttamento. Per saperne di più puoi visitare il sito dell’“International Labour Organization”. È il minimo che possiamo fare per Mohammed e per i nostri fratelli dal Bangladesh.

English

Do you know where the clothes you are wearing came from? Maybe they were touched by the hands of Mohammed...

Our friend, Mohammed , who came to Italy from Bangladesh, seeking political asylum, explained to us that in his native land he worked at importing and exporting clothes produced in Bangladesh. He earned 200 dollars per month for his work, but many of his co-workers, especially the women  who worked in the assembly lines only received from 100 to 50 dollars a month. This salary would be unjust even for someone who worked part-time, but the reality of their situation is very much worse. Many work more than 12 hours a day in sub-human conditions, having little time to rest all the while working in buildings  that lacked basic provisions for their safety.

Sadly, “exploitation of labor” is a new method of slavery in our “modern” third millenium. Each December 2nd the United Nations observes “The International Day For the Abolition of Slavery. ”  Justly so, on this day, Pope Francis,together with leaders of different religions, signed a common declaration reminding us that human trafficking that results in people being used in forced labor, prostitution or traffic of organs is a crime against humanity and ought to be recognized as such by all nations.



All of us can do something in order to end all types of slavery. We can pray, but, also, it is necessary for all of us to take concrete measures. One way to do this is keep informed concerning the producers of the products we buy, assuring ourselves that they were produced without “exploitated labor.” In order to learn more visit the webpage of the “International Labour Organization.”  It is the least we can do for Mohammed and our brothers from Bangladesh.